Da ottobre 2023, il Libano è teatro di una violenta campagna di
bombardamento da parte dell’esercito israeliano. Nonostante un formale
cessate il fuoco, il territorio libanese è stato colpito quasi
quotidianamente da bombardamenti i cui bersagli sono state anche aree
agricole, strutture civili e infrastrutture.
La portata della campagna militare e il documentato uso di munizioni al
fosforo bianco – illegali secondo il diritto internazionale – hanno destato
preoccupazione anche per i potenziali effetti a lungo termine sul suolo, in
particolar modo al Sud del Libano, nelle aree a ridosso del confine.
Amel Italia, insieme a Source International e Amel Association
International, ha raccolto e analizzato 40 campioni di suolo dalle aree di
confine colpite. I risultati contribuiranno alle successive attività di
bonifica e riconversione delle attività agricole. Per supportare gli
agricoltori del Sud del Libano ad un ritorno per una vita degna e sicura,
abbiamo integrato alle analisi chimiche 122 interviste e 3 focus group per
approfondire le condizioni e i danni subiti dagli agricoltori.
Risultati della ricerca
Contaminazione da metalli pesanti:
piombo, antimonio, rame e zinco sono stati rilevati in quantità superiori alle norme precauzionali, in alcuni casi fino a 500 volte la concentrazione rilevata nel 2001.
Degradazione del suolo:
si riscontra un peggioramento della qualità dei suoli negli ultimi 25 anni, con siti localizzati che richiedono indagini mirate e attenzione prioritaria.
Danni ambientali e agricoli:
gli agricoltori hanno riportato gravi danni ai campi e alle attività economiche, aggravati dalla distruzione delle infrastrutture e dalla scarsità d’acqua.
Voci dal campo
“Quello che abbiamo visto nei villaggi del Sud del Libano è l’indiscriminata violenza che caratterizza il colonialismo di insediamento israeliano. Interi villaggi distrutti, campagne devastate, alberi sradicati e infrastrutture sabotate. Come per gli altri fronti aperti da Israele, anche quello libanese è stato caratterizzato dall’utilizzo di munizioni incendiarie illegali come il fosforo bianco, con la chiara intenzione di fare terra bruciata e rendere invivibili intere aree, colpendo collettivamente la popolazione civile e tutto ciò che le appartiene. Oltre ai devastanti effetti immediati e allo sfollamento forzato, la sistematica distruzione dell’ecosistema comporta danni a lungo termine meno visibili: in un’area già fortemente soggetta agli effetti del cambiamento climatico, la contaminazione del suolo è un altro fattore che mette a rischio la sicurezza e la sovranità alimentare di un’intera popolazione. Riconoscere la responsabilità dei crimini di guerra commessi da Israele contro la popolazione e contro l’ecosistema libanese continua ad essere un obbligo disatteso dalla comunità internazionale, nonostante ogni evidenza disponibile.”
Roberto Renino, presidente di Amel Italia e coordinatore del progetto
“Per molte famiglie nel Libano meridionale, tornare a casa non significa solo ricostruire le proprie abitazioni, ma anche affrontare le conseguenze ambientali a lungo termine lasciate dal conflitto. Gli agricoltori e le comunità sono deeply preoccupati per la sicurezza dei loro terreni, delle risorse idriche e della produzione agricola. Il risanamento ambientale deve essere parte integrante di qualsiasi intervento umanitario e di ricostruzione, al fine di garantire che le comunità possano tornare in sicurezza e in modo sostenibile.”
Hoda Kathoun, livelihood coordinator di Amel Association International e coordinatrice del progetto
“Il principio fondamentale del diritto umanitario, ovvero di quella branca del diritto internazionale che regola le guerre, è molto semplice. Finita la guerra tutto dovrebbe tornare come era prima e la popolazione civile dovrebbe poter tornare alla propria vita. Ma come è possible farlo se l’ambiente in cui si viveva prima è stato devastato? Se i campi non sono più coltivabili per via dell’inquinamento? Se le fonti di acqua sono inquinate o demolite? Questo è quello a cui stiamo assistendo nel Sud del Libano oggi. Le ostilità sono terminate e a più di un milione di persone è stato detto di tornare nelle loro terre e a coltivare i loro campi. Ma quei campi non sono più coltivabili né vivibili. Il micidiale lascito di inquinamento in quei terreni andrà avanti per decine di anni. Decine di anni dopo che il conflitto è terminato quei terreni rimarranno inutilizzabili. Anche questo è il risultato della guerra.”
Flaviano Banchini, direttore di Source International e coordinatore scientifico del progetto